“No other choice – Non c’è altra scelta” è un film del regista coreano Park Chan-wook molto amato e conosciuto.
“Film coreano” dovrebbe fare già risuonare qualche campanello di allarme o campanella in testa. Ad esempio a me vengono in mente gli aggettivi splatter e grottesco. Ma restiamo concentrati!
“No other choice” è stato il primo film dell’anno che ho visto al cinema e, complice anche la nostalgia di condividere la serata con la mia amica e poi scambiarci cento vocali sul film nei giorni successivi come nostro solito, mi è piaciuto.
In estrema sintesi: Man-soo è un dirigente o simile che perde il lavoro e nel corso della narrazione Compie ogni nefandezza pur di ricoprire nuovamente un ruolo similare. Potrebbe optare per un nuovo e diverso impiego? Certo. Ma vuole il suo lavoro [spoiler: alla fine lo avrà!].
Mettiamo un attimo da parte la trama coreana (che è poi tratta dal libro di un americano) e veniamo a me.
Venerdì scorso sono uscita dal lavoro verso le 16 e sono andata a farmi la tinta ai capelli, per poi venire a casa e dichiarare:
“esco di nuovo quando ho chiuso il bilancio”
E così ho fatto.
Ho trascorso il venerdì sera a lavorare poi, dopo una doverosa dormita, ho ripreso al sabato, fintanto che alla domenica verso le 15 ho concluso e mi sono sentita libera. Devo ammettere, anche rilassata.
Non sono andata in palestra, non ho cucinato robe complicate: ho lavorato per l’ufficio: io, il computer e i miei appunti, finché non sono rimasta soddisfatta del mio lavoro e ho quindi iniziato a fare altro.
Un intero weekend trascorso a lavorare mi ha fatto riflettere su quanto io mi identifichi con il mio impiego. Se perdessi il mio lavoro, cosa resterebbe di me?
Man-soo, il protagonista di No Other Choice, alla stessa domanda si è risposto categoricamente: poco, decisamente poco. E infatti arriva all’indicibile pur di non perdere il suo status.
Io mi sono interrogata e mi sono giustificata: ho una scadenza importante e non mi basta che il lavoro venga svolto, voglio sia fatto bene, anzi, molto bene. Complice che non ho un fidanzato e che i miei figli sono abbastanza cresciuti, posso permettermi di ignorare tutti e tutto per un weekend.
Ma il dilemma continua a risuonarmi nella mente: quanta Kriss è il suo lavoro e quanta è altro?

ps: il cinema coreano è peculiare. Io non sono esperta ma sia OLD BOY (stesso regista di No Other Choice) sia PARASITE (Palma d’oro e Oscar 2019) mi hanno lasciato di stucco!
pps: non mi capita spesso di dedicare un intero weekend al lavoro, forse 2 o 3 volte l’anno e non mi pesa eccessivamente, lo reputo necessario affinché certi adempimenti vengano svolti bene.
Qua e là in giro per il post potrebbero esserci dei link. Se leggi questo post dalla tua mail sappi che non vedi l’immagine in testa ma qua trovi il link al blog. Ciao e ci sentiamo presto.
Ma cos’è “il lavoro”?
Qualcosa che ti permette di vivere perché ti pagano? Magari poco e male? Senza prospettive, senza spazi, senza riconoscimenti?
O un’attività che ti assorbe, ti soddisfa e ti permette di estrinsecare le tue capacità e le tue inclinazioni intellettuali (o manuali in certi casi)?
Nel primo caso è ovvio che di lavorare da casa non se ne parla.
Nel secondo è diverso, anche se un lavoro serio dovrebbe includere i mezzi per arrivare a concluderlo nell’orario di lavoro e non nel fine settimana, e se non te li dà, vuol dire che ci sono delle gravi carenze organizzative o addirittura programmatiche di persone e/o strumenti in chi ti impiega.
"Mi piace"Piace a 1 persona
tutto vero quello che scrivi. nel film il lavoro del protagonista è ciò che gli permette il suo status; senza lavoro non è nulla
"Mi piace""Mi piace"